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RIFLESSIONI
Il carattere del cane da pastore
maremmano-abruzzese
GIANFRANCO GIANNELLI
Associato all'Affisso di San Miliano e giudice ENCI dal 1982. Alleva Pastore
Maremmano-Abruzzese e Bolognese
Sarebbe forse più utile che questo scritto fosse stato presentato
al lettore prima dell'altro, sulla mimica, comparso nel numero di febbraio
scorso, e ciò perché la mimica è una delle componenti
della manifestazione del comportamento e, questo, è un riflesso
del carattere.
Molto si favoleggia in merito al carattere del cane in genere e di ciascuna
razza in particolare, e sovente, su certe disquisizioni, si innesta il
discorso di quanti (o di ciascuno) posseggano od abbiano posseduto un
cane. In tal caso le argomentazioni in proposito hanno la tendenza a personalizzare
il discorso ricorrendo ai ricordi ed ai riferimenti che ciascuno può
avere, ed ognuno può addurre memorie e storie personali cui vorrebbe
dare valore di prova.
In tal caso però si è in presenza di quello che gli scienziati,
gli studiosi di etologia, chiamano, forse con un briciolo di sufficienza,
"prove aneddotiche", poiché essi vogliono poter sottoporre
i soggetti a prove ripetute, replicandone le condizioni per poter giungere
a replicare i risultati che, solamente allora assurgono al rango di prova;
ma nel caso di un aneddoto che si riferisca ad un solo soggetto, in un
solo ambiente, in una sola occasione e con un solo uomo tutto ciò
è improponibile; quindi esso (l'aneddoto) non potrà mai
essere considerato prova di carattere e di comportamento.
Se poi, come non infrequente, accade un fatto che "esca in cronaca",
l'opinione pubblica, informata attraverso la lente inevitabilmente deformante
del cronista (quasi sempre ignorante di cinofilia), tende ad assumere
atteggiamenti di condanna generalizzata per tutta la razza cui appartiene
il cane protagonista del fatto.
Ora, tutto ciò puzza di manicheismo lontano un miglio poiché,
se è vero come è vero, che attraverso i secoli una razza
ha subito un processo di selezione oltre che nel soma, anche nel carattere
al fine di esaltarne determinate tendenze per scopi specifici, è
altrettanto vero che, come esiste una variabilità individuale per
ciò che concerne il soma, per il comportamento esiste parimenti
eguale variabilità individuale che scaturisce dalla maggiore o
minore felicità del rapporto fra cane e uomo. Nell'un caso e nell'altro
ciò si riflette sull'atteggiamento del cane verso qualsiasi uomo,
responsabile o non, della sua educazione.
E' l'educazione infatti che può e deve tendere sempre a migliorare
le manifestazioni del carattere.
Moviamo di qui per discutere del nostro pastore, premettendo che il carattere
di un cane è delineato da un certo numero di requisiti psichici
sui quali va aperto un discorso analizzandone alcuni fondamentali separatamente,
senza la minima intenzione di dar loro un ordine prioritario né,
tantomeno, di stabilire una gerarchia.
Vigilanza o capacità di attenzione
E' strettamente legata all'istinto di proprietà.
Un cane vigile ed attento non si lascia mai sorprendere e reagisce sempre
con prontezza, considerando il luogo dove vive e lavora o le cose, e quindi
gli armenti, che gli sono affidati, come oggetto di propria esclusiva
competenza e responsabilità.
Ne discende che, di frequente, il nostro dimostra la tendenza a stabilire
esso stesso come e fin dove estendere la propria azione di guadianìa,
quasi a non accettare con la dovuta pronta docilità gli interventi
moderatori del padrone e del pecoraio.
Ciò deriva dal concetto tutto suo, la cui derivazione è
ancestrale, di considerarsi pari all'uomo, con il quale vivendo da secoli
in solitudine assoluta nei pascoli montani o di maremma, più che
un patto di sudditanza e subordinazione, ha stabilita un'alleanza fatta
di fiducia, rispetto e stima reciproci sempre e solo al servizio del bene
del gregge. E, su ciò, dimostra di non ammettere deroghe.
La aggressività
E' la tendenza ad aggredire ed anche a mordere chiunque si avvicini immotivatamente
o in maniera brusca.
Il cane aggressivo generalmente non desiste dal proprio attacco sino all'intervento
del pecoraio, ma non è mai inutilmente aggressivo. Va detto e tenuto
ben presente, ed i pascoli montani in estate sono teatro di fatterelli
molto frequenti, che il pecoraio a volte sembra volersi divertire a ritardare
il proprio intervento moderatore sino ad accogliere infine la supplica
dell'incauto escursionista o viandante; a volte il richiamo deve raggiungere
toni perentori prima di conseguire il risultato desiderato.
Occorre capire però che non si può star sempre li a comprimere
la volontà del cane ed a mettere in discussione le decisioni perché
ciò a lungo andare potrebbe creare in lui sconcerto ed indecisioni.
Ritengo molto utile aggiungere una nota di osservazione che scaturisce
da una lunga esperienza accumulata durante una ormai trentennale esistenza
vissuta in ambiente agro-pastorale: quasi avesse una rotella metrica in
testa, il nostro ha sempre la capacità di frapporsi esattamente
a mezza distanza fra l'intruso ed il bene da proteggere, e ciò
vale quale che sia la distanza alla quale l'estraneo appare alla sua attenzione,
e tale posizione mantiene prima di passare all'azione o di ripiegare sul
proprio consueto posto di guardia.
Coraggio e fedeltà
Sono assoluti e gli consentono un servizio pronto e diligente, caratterizzato
da grande dedizione, da una incorruttibilità adamantina e favorito
da un ottimo equilibrio nervoso, con la capacità cioè di
controllare le proprie reazioni in presenza dei più diversi stimoli,
da quelli trascurabili a quelli potenzialmente pericolosi o ritenuti tali.
La sua norma è quella della calma che discende dalla coscienza
della propria possanza, del proprio buon diritto, dalla capacità
di lavorare con scrupolo senza nulla mai concedere alla distrazione.
Tutto ciò trova ampia testimonianza nella espressione dell'occhio
che , sempre attento, vigile e sereno, non ha mai espressione sospettosa.
L'intelligenza
E' la capacità di attribuire un conveniente significato pratico
o concettuale ai vari momenti della esperienza e della contingenza; negli
animali sono le capacità, più o meno sviluppate di organizzare
processi di associazione, di astrazione e di coordinazione. Nel nostro
è espressa da una varietà di atti non istintivi, ma coscienti
e riflessivi, ed è fatta di memoria e di una certa capacità
di immaginazione e di giudizio.
Sebbene molto modesta rispetto a quella dell'uomo, ed eminentemente pratica,
raggiunge talora livelli sorprendenti che li consentono di comprendere
l'uomo, di ritenerne una parte essenziale del linguaggio e della sua mimica
somatica. Ne discende che quanto più è costante, continuo
e contiguo il rapporto con l'uomo, tanto più l'intelletto del cane
è sollecitato ad operare per avvicinarsi alla comprensione delle
esigenze del pecoraio per la gestione del gregge.
E' questo, l'intelligenza, un requisito che gli consente di assumere iniziative
che agli occhi del profano possono sempre apparire eccezionali. Ecco come
lo vediamo quando, di propria iniziativa, si distacca dal gregge e dalla
muta per scortare una pecora azzoppata od altra la cui marcia sia rallentata
da un agnello neonato o da qualsiasi altra difficoltà; eccolo accovacciarsi
paziente accanto ad una pecora partoriente per quindi scortarla nel suo
rientro al gregge.
A ben considerare questi atteggiamenti, si potrebbe arrivare a considerare
il risultato di un comportamento acquisito con l'addestramento, ma niente
di tutto ciò. Ribadendo però qui che per il nostro non esiste
l'addestramento nel senso comunemente attribuito al termine dalla cinofilia
attuale, dobbiamo considerarlo, invece, un processo di assimilazione del
comportamento degli adulti della muta cui appartiene e nella quale a trascorso
i lunghi anni della giovinezza durante i quali si è addestrato
di iniziativa e per imitazione.
Le deviazioni psichiche quali la paura, la inibizione di fronte ad un
pericolo, la tendenza alla fuga a la cattiveria gratuita non esistono
nella popolazione pastorale poiché, se e quando vengono a manifestarsi,
sono difetti di carattere gravissimi, a volte congeniti altre forse causati
da irrazionale rapporto con l'uomo.Sono incompatibili con le esigenze
della pastorizia poiché in primo luogo turbano l'equilibrio armonico
della vita della muta ed in secondo luogo è impossibile eliminarli
od attenuarli. Generalmente il pecoraio intuisce facilmente il prospettarsi
di certe tare e provvede precocemente e drasticamente alla eliminazione
di quei soggetti che dovessero manifestarne.
A conclusione di questo ragionamento il lettore tenga conto che per insanguare
le proprie linee di sangue, presso la selezione rustica si possono "pescare"
soggetti che, ancorché non perfetti, e nessuno lo è, sono
magnifici per equilibrio.
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