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e significato della più antica alleanza
LA FORZA DEL BRANCO
Il
cane è fortemente portato alla comunicazione e desidera armonizzare
il proprio comportamento sul modello degli altri membri della famiglia
La relazione che lega l'uomo al cane si perde nella notte dei tempi;
il cane è stato infatti il primo animale a essere addomesticato
dall'uomo, molto prima della rivoluzione Neolitica, quando l'uomo da cacciatore
e raccoglitore divenne lentamente allevatore e agricoltore, circa 10.000
anni or sono. I ritrovamenti fossili hanno dimostrato che già 14.000
anni fa il cane era presente negli accampamenti dei nostri progenitori,
svolgendo un compito facilmente ipotizzabile: accompagnava l'uomo nelle
battute di caccia e con il suo abbaiare costituiva un primitivo, seppur
efficace, metodo di allarme. L'alleanza tra l'uomo e il cane precede la
rivoluzione agricola e pertanto ci parla di un uomo ancora alle prese
con una forte dipendenza dall'ambiente per la sopravvivenza. Si può
pertanto affermare che la partnership tra le due specie sia ben rodata,
forse potremmo parlare persino di simbiosi. Con molta probabilità
uomo e lupo per molti millenni sono stati competitori nel procacciarsi
le risorse alimentari, questo ha fatto sì che le due specie si
trovassero in continuo confronto sul territorio. Nelle tecniche venatorie
delle due specie è possibile rinvenire una sorta di analogia comportamentale
- ossia similitudine per convergenza evolutiva - a dimostrare come entrambe
per molto tempo furono sottoposte a medesime pressioni selettive. Probabilmente
qualche lupo ha trovato conveniente avvicinarsi ai bivacchi dell'uomo
paleolitico e più volte l'uomo non ha resistito di fronte a un
cucciolo e lo ha adottato. Le dimensioni del rapporto uomo-cane si giocano
pertanto su due registri:
1 - quello collaborativo, proprio delle specie con socialità performativa,
ossia sviluppata per realizzare attività di squadra,
2 - quello parentale, legato al fatto che l'uomo è sensibile ai
segnali giovanili espressi da altre specie.
Pur non volendo generalizzare è evidente che l'ambito collaborativo
è stato sviluppato maggiormente dal maschio umano, mentre quello
parentale ha acquisito maggiore preponderanza nella femmina umana. Ancora
oggi è possibile rinvenire questa differenza di impostazione nella
definizione dimensionale della relazione, anche se la caduta dei ruoli
nelle società occidentali tende a mascherare questa vocazione peraltro
molto forte. Alcuni autori tendono a interpretare la tendenza all'adozione
e alla cura degli animali familiari attraverso la metafora del "parassitismo
parentale": in altri termini si vuole spiegare la pulsione dell'uomo
a prendersi cura del cane ipotizzando che quest'ultimo abbia evoluto una
sorta di "mimetismo giovanile" in grado di elicitare comportamenti
di accudimento parentale nell'uomo. In realtà è più
plausibile pensare che sia stato l'uomo, nel corso della sua filogenesi,
a diventare più sensibile alle forme giovanili: non solo pertanto
verso i cuccioli d'uomo, ma verso lo "status di cucciolo" e
quindi anche verso i cuccioli di altre specie. Oggi sappiamo che l'uomo
alla nascita è molto più immaturo rispetto alle cugine antropomorfe
(scimpanzé, gorilla), questo significa che lungo il processo evolutivo
l'uomo è divenuto più bisognoso di cure parentali. Come
ho cercato di dimostrare nel mio ultimo saggio "Post-human"
(Bollati Boringhieri, 2002) l'immaturità del neonato umano ha richiesto
un maggior numero di cure parentali e di conseguenza una più elevata
capacità di riconoscere i segnali giovanili. Con molta probabilità
questo virtuosismo ha raggiunto un livello critico, dopodiché l'uomo
si è ritrovato sensibile verso i cuccioli di altre specie. A dimostrazione
della mia ipotesi (zootropia) il fatto che l'uomo sia sensibile verso
gran parte dei mammiferi, selvatici o domestici che siano, e non solo
verso il cane o il gatto. Ma il semplice atto adottivo non spiega pienamente
l'origine dell'alleanza uomo-cane che verosimilmente affonda le sue radici
in un processo di affiancamento ecologico - di natura competitiva oppure
di reciproco parassitismo alimentare o, ancora, di possibile sinergia
predatoria - la cui struttura è difficile da ricostruire. Probabilmente
la semistanzialità delle prime comunità umane determinava
la permanenza di resti di cibo o fecali in grado di richiamare gruppi
di lupi particolarmente antropo-tolleranti. Ma non vi è dubbio
che un periodo di sinantropia, ossia di convivenza più o meno larga,
abbia preparato la strada al processo di domesticazione vero e proprio.
La dimensione collaborativa è pertanto tanto importante quanto
quella parentale per comprendere i fili reconditi dell'alleanza uomo-cane.
Secondo alcuni autori, come il biologo Allman, tale partnership ha permesso
un più capillare e massivo sfruttamento del territorio: la nuova
coppia aveva cioè delle chance in più in termini di sopravvivenza.
Non va infatti dimenticato che l'uomo e il cane sono complementari sia
sotto il profilo della percezione - essendo il cane virtuoso dell'udito
e dell'olfatto, mentre l'uomo è ben dotato nella vista - sia nelle
vocazioni venatorie. Nella caccia l'uomo è uno stratega ed è
portato all'agguato, proprio come i felini, pur compensando con le armi
le sue deficienze in termini di scatto, artigli e zanne. All'uomo occorreva
un tallonatore, un animale cioè che snidasse la selvaggina e la
sfiancasse: proprio come fa il cane. Con l'avvento della pastorizia il
cane si è dovuto adattare ad altri compiti, tutti previsti però
nel suo corredo innato. Inoltre entrambe le specie hanno una struttura
sociale sovrapponibile, per cui il cane ben si adatta a interpretare il
gruppo umano come un branco. La relazione che lega l'uomo al cane è
sicuramente connotata dalla collaborazione e dalla reciprocità.
Il cane, infatti, considera la famiglia il proprio branco, cosicché
si rapporta nei confronti dei diversi componenti secondo precise logiche
di gruppo. La socialità del cane è, infatti, molto spiccata
e ha un significato adattativo: solo se il branco è ben cementificato
da relazioni consolidate ha la possibilità di sopravvivere. Il
branco è a tutti gli effetti una squadra dove ciascuno ricopre
un ruolo ben preciso e ha una specifica specializzazione. Entrando in
relazione con l'uomo, il cane cerca immediatamente una collocazione nel
branco. Per lui le relazioni comunicative sono le uniche garanzie di sopravvivenza
e la capacità di collaborare e di rendersi utile è misura
del grado di accettazione nel branco. Per questo il cane è fortemente
portato alla comunicazione con l'uomo e desidera soprattutto concertare
il proprio comportamento sul modello degli altri membri della famiglia.
Solo una quadra ben orchestrata può, infatti, predare in modo efficace.
Comunicare, uniformare il proprio comportamento, ricavarsi un ruolo, collaborare
nelle diverse attività, conoscere bene i propri partner, preoccuparsi
delle relazioni tra gli altri membri del branco: queste sono alcune delle
più importanti attitudini del cane, che non ragiona mai in termini
individuali ma sempre secondo una logica di gruppo. Le attività
cognitive del cane sono perciò sempre referenziali e collaborative,
sono sviluppate verso una trama di relazioni. Per un cane non è
importante l'esserci bensì "l'essere con" qualcuno. Il
cane manifesta tutta la sua vitalità nell'interazione e nella collaborazione.
Il gioco interattivo rappresenta sicuramente il modello comportamentale
di elezione per verificare il grado di vitalità espresso dal cane
ossia quanto delle doti del cane viene effettivamente liberato nella relazione.
Il cane cerca il nostro contatto, desidera la nostra attenzione, ama fare
qualche attività insieme a noi, sollecita la nostra attività
rispetto ai suoi desideri. Quasi sempre infatti il nostro animale soffre
non solo per errori di gestione, ma perché nel novanta per cento
dei casi equivochiamo i suoi bisogni, costruiamo delle aspettative improprie,
non riusciamo a comunicare con lui. La nostra relazione è pertanto
parziale, frammentaria, talvolta addirittura incongruente - per esempio
quando chiediamo a un particolare animale prestazioni che esulano dalle
sue attitudini - ma soprattutto non valorizzata. Il nostro legame non
è portato perciò a quell'eccellenza che da una parte ci
gratificherebbe, dall'altra sarebbe in grado di assicurare il pieno benessere
(well-being) del nostro pet. Le doti del nostro animale possono trovare
piena espressione solo in un ambiente favorevole. Ma bisogna fare molta
attenzione su cosa s'intende con questo termine, perché in genere
si pensa all'ambiente solo in ragione dello spazio fisico e delle variabili
microclimatiche, ma non sotto il profilo della relazione. In realtà
dobbiamo tener presente che il nostro pet è immerso all'interno
di una temperie di relazioni ed è proprio in questo clima che si
misurano le sue opportunità di dar corso alle potenzialità
e alle attitudini. La nostra società tende a interpretare il rapporto
con il cane in due dimensioni opposte: 1 - il cane reificato, ossia vissuto
come uno strumento che va valutato nei termini delle prestazioni che sa
effettuare e nel suo valore di mercato, 2 - il cane antropomorfizzato,
cioè valutato come se fosse una persona a cui si devono riconoscere
bisogni (e quindi diritti) umani. In questo doppio registro, talvolta
addirittura compresenti nel singolo individuo, tutti gli ostacoli per
la definizione di una relazione corretta, capace cioè di partire
dalle caratteristiche del cane come partner. Per valorizzare la relazione
con il cane è necessario coniugare spontaneità e immediatezza
con una puntuale informazione circa le caratteristiche e i bisogni del
proprio beniamino a quattro zampe. Difatti non basta essere animati da
amorevoli pulsioni per rispettare in concreto le effettive necessità
di un essere vivente che è diverso da noi. Non accorgersi di quello
che il cane ci dona e di come la sua presenza trasformi in modo radicale
la nostra vita può essere considerato un peccato veniale: forse
ci fa sentire più importanti o magari ci sentiamo meno esposti,
ma comunque non modifica più di tanto il desiderio di accordargli
senza riserve il nostro affetto. E tuttavia questo errore di valutazione
non ci consente di mettere in discussione la nostra relazione e soprattutto
di formulare le domande giuste per trarre un giudizio sul nostro legame.
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Tipologie di valutazione del cane
Il cane reificato, utilizzato in modo strumentale, la relazione
è performativa e proiettiva, la scelta è analogico-rappresentativa,
il valore oggettivo
Il cane antropomorfizzato, visto come persona, la relazione è
protettiva e proiettiva, la scelta è di tutela e autorappresentazione,
il valore soggettivo e narcisistico
Il cane alterità, come diverso e peculiare, la relazione
è di partnership e collaborativa,la scelta è basata
sulla complementarietà, il valore è dialogico ossia
nell'interazione
Caratteristiche di una relazione corretta con il cane
La relazione deve essere congrua, ossia informata dalle caratteristiche
del cane analizzato: nelle peculiarità di specie, nelle attitudini
di razza, nelle doti del soggetto
La relazione deve essere equilibrata, ossia basata sul rispetto
dell'alterità animale nelle sue esigenze relazionali (non
morbosa né distaccata), lontana da derive (tecnicista, spontaneista,
performativa, di tutela), fondata sulla reciprocità
La relazione deve essere consapevole, ossia fondata sul concetto
di cane come valore dialogico, il partner umano deve sentirsi spinto
a portare a eccellenza la propria relazione anche per migliorare
le valenze zooantropologiche
La relazione deve essere responsabile, ossia fondata sul concetto
di responsabilità di custodia e cura nonché sulla
responsabilità storica dell'uomo verso il cane
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Vediamone qualcuna:
a) riesco veramente a capire i bisogni del mio cane?
b) sono in grado di comunicare con lui nel modo migliore e di interpretare
in maniera corretta i suoi messaggi?
c) mi sforzo per migliorare la mia relazione e posso veramente affermare
di averla portata alla sua completezza?
d) il mio cane si trova nelle condizioni più appropriate per esprimere
le sue potenzialità di interazione?
e) quali sono gli indicatori che mi fanno capire il grado di reciprocità
e di pienezza della relazione? Domande come queste non sono affatto scontate
e indicano il livello di consapevolezza del valore attribuito alla relazione
con l'animale d'affezione. Viviamo la nostra interazione con estrema nonchalance,
e questo per certi versi è un bene, ma per altri può essere
un grave handicap perché non ci offre alcuna possibilità
per migliorare il legame.
La straordinaria complessità del nostro beniamino domestico viene
infatti totalmente perduta e in questo modo ci precludiamo esperienze
fantastiche e, ovviamente, i benefici che ne conseguirebbero. Per rafforzare
il nostro legame è invece indispensabile attivare un ampio ventaglio
di relazioni: è infatti la ricchezza di esperienze, il valore che
ne riconosciamo, la dose di attenzione e lo stimolo al miglioramento che
danno il senso della profondità di legame e riportano il rapporto
in quella molteplicità dimensionale che nasce lungo le due direttrici
parentale e collaborativa.
Roberto Marchesini
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