Torna all'home page ENCI

I Nostri Cani: settembre 2002

 

Home page sito ENCI Vai alla pagina dei calendari ed elenchi ufficiali ENCI Standard ufficiali razze italiane Scarica i programmi ufficiali ENCI Pagina di aiuto Contatta l'ENCI

Dimensione e significato della più antica alleanza

LA FORZA DEL BRANCO

Il cane è fortemente portato alla comunicazione e desidera armonizzare il proprio comportamento sul modello degli altri membri della famiglia

La relazione che lega l'uomo al cane si perde nella notte dei tempi; il cane è stato infatti il primo animale a essere addomesticato dall'uomo, molto prima della rivoluzione Neolitica, quando l'uomo da cacciatore e raccoglitore divenne lentamente allevatore e agricoltore, circa 10.000 anni or sono. I ritrovamenti fossili hanno dimostrato che già 14.000 anni fa il cane era presente negli accampamenti dei nostri progenitori, svolgendo un compito facilmente ipotizzabile: accompagnava l'uomo nelle battute di caccia e con il suo abbaiare costituiva un primitivo, seppur efficace, metodo di allarme. L'alleanza tra l'uomo e il cane precede la rivoluzione agricola e pertanto ci parla di un uomo ancora alle prese con una forte dipendenza dall'ambiente per la sopravvivenza. Si può pertanto affermare che la partnership tra le due specie sia ben rodata, forse potremmo parlare persino di simbiosi. Con molta probabilità uomo e lupo per molti millenni sono stati competitori nel procacciarsi le risorse alimentari, questo ha fatto sì che le due specie si trovassero in continuo confronto sul territorio. Nelle tecniche venatorie delle due specie è possibile rinvenire una sorta di analogia comportamentale - ossia similitudine per convergenza evolutiva - a dimostrare come entrambe per molto tempo furono sottoposte a medesime pressioni selettive. Probabilmente qualche lupo ha trovato conveniente avvicinarsi ai bivacchi dell'uomo paleolitico e più volte l'uomo non ha resistito di fronte a un cucciolo e lo ha adottato. Le dimensioni del rapporto uomo-cane si giocano pertanto su due registri:
1 - quello collaborativo, proprio delle specie con socialità performativa, ossia sviluppata per realizzare attività di squadra,
2 - quello parentale, legato al fatto che l'uomo è sensibile ai segnali giovanili espressi da altre specie.

Pur non volendo generalizzare è evidente che l'ambito collaborativo è stato sviluppato maggiormente dal maschio umano, mentre quello parentale ha acquisito maggiore preponderanza nella femmina umana. Ancora oggi è possibile rinvenire questa differenza di impostazione nella definizione dimensionale della relazione, anche se la caduta dei ruoli nelle società occidentali tende a mascherare questa vocazione peraltro molto forte. Alcuni autori tendono a interpretare la tendenza all'adozione e alla cura degli animali familiari attraverso la metafora del "parassitismo parentale": in altri termini si vuole spiegare la pulsione dell'uomo a prendersi cura del cane ipotizzando che quest'ultimo abbia evoluto una sorta di "mimetismo giovanile" in grado di elicitare comportamenti di accudimento parentale nell'uomo. In realtà è più plausibile pensare che sia stato l'uomo, nel corso della sua filogenesi, a diventare più sensibile alle forme giovanili: non solo pertanto verso i cuccioli d'uomo, ma verso lo "status di cucciolo" e quindi anche verso i cuccioli di altre specie. Oggi sappiamo che l'uomo alla nascita è molto più immaturo rispetto alle cugine antropomorfe (scimpanzé, gorilla), questo significa che lungo il processo evolutivo l'uomo è divenuto più bisognoso di cure parentali. Come ho cercato di dimostrare nel mio ultimo saggio "Post-human" (Bollati Boringhieri, 2002) l'immaturità del neonato umano ha richiesto un maggior numero di cure parentali e di conseguenza una più elevata capacità di riconoscere i segnali giovanili. Con molta probabilità questo virtuosismo ha raggiunto un livello critico, dopodiché l'uomo si è ritrovato sensibile verso i cuccioli di altre specie. A dimostrazione della mia ipotesi (zootropia) il fatto che l'uomo sia sensibile verso gran parte dei mammiferi, selvatici o domestici che siano, e non solo verso il cane o il gatto. Ma il semplice atto adottivo non spiega pienamente l'origine dell'alleanza uomo-cane che verosimilmente affonda le sue radici in un processo di affiancamento ecologico - di natura competitiva oppure di reciproco parassitismo alimentare o, ancora, di possibile sinergia predatoria - la cui struttura è difficile da ricostruire. Probabilmente la semistanzialità delle prime comunità umane determinava la permanenza di resti di cibo o fecali in grado di richiamare gruppi di lupi particolarmente antropo-tolleranti. Ma non vi è dubbio che un periodo di sinantropia, ossia di convivenza più o meno larga, abbia preparato la strada al processo di domesticazione vero e proprio. La dimensione collaborativa è pertanto tanto importante quanto quella parentale per comprendere i fili reconditi dell'alleanza uomo-cane. Secondo alcuni autori, come il biologo Allman, tale partnership ha permesso un più capillare e massivo sfruttamento del territorio: la nuova coppia aveva cioè delle chance in più in termini di sopravvivenza. Non va infatti dimenticato che l'uomo e il cane sono complementari sia sotto il profilo della percezione - essendo il cane virtuoso dell'udito e dell'olfatto, mentre l'uomo è ben dotato nella vista - sia nelle vocazioni venatorie. Nella caccia l'uomo è uno stratega ed è portato all'agguato, proprio come i felini, pur compensando con le armi le sue deficienze in termini di scatto, artigli e zanne. All'uomo occorreva un tallonatore, un animale cioè che snidasse la selvaggina e la sfiancasse: proprio come fa il cane. Con l'avvento della pastorizia il cane si è dovuto adattare ad altri compiti, tutti previsti però nel suo corredo innato. Inoltre entrambe le specie hanno una struttura sociale sovrapponibile, per cui il cane ben si adatta a interpretare il gruppo umano come un branco. La relazione che lega l'uomo al cane è sicuramente connotata dalla collaborazione e dalla reciprocità. Il cane, infatti, considera la famiglia il proprio branco, cosicché si rapporta nei confronti dei diversi componenti secondo precise logiche di gruppo. La socialità del cane è, infatti, molto spiccata e ha un significato adattativo: solo se il branco è ben cementificato da relazioni consolidate ha la possibilità di sopravvivere. Il branco è a tutti gli effetti una squadra dove ciascuno ricopre un ruolo ben preciso e ha una specifica specializzazione. Entrando in relazione con l'uomo, il cane cerca immediatamente una collocazione nel branco. Per lui le relazioni comunicative sono le uniche garanzie di sopravvivenza e la capacità di collaborare e di rendersi utile è misura del grado di accettazione nel branco. Per questo il cane è fortemente portato alla comunicazione con l'uomo e desidera soprattutto concertare il proprio comportamento sul modello degli altri membri della famiglia. Solo una quadra ben orchestrata può, infatti, predare in modo efficace. Comunicare, uniformare il proprio comportamento, ricavarsi un ruolo, collaborare nelle diverse attività, conoscere bene i propri partner, preoccuparsi delle relazioni tra gli altri membri del branco: queste sono alcune delle più importanti attitudini del cane, che non ragiona mai in termini individuali ma sempre secondo una logica di gruppo. Le attività cognitive del cane sono perciò sempre referenziali e collaborative, sono sviluppate verso una trama di relazioni. Per un cane non è importante l'esserci bensì "l'essere con" qualcuno. Il cane manifesta tutta la sua vitalità nell'interazione e nella collaborazione. Il gioco interattivo rappresenta sicuramente il modello comportamentale di elezione per verificare il grado di vitalità espresso dal cane ossia quanto delle doti del cane viene effettivamente liberato nella relazione. Il cane cerca il nostro contatto, desidera la nostra attenzione, ama fare qualche attività insieme a noi, sollecita la nostra attività rispetto ai suoi desideri. Quasi sempre infatti il nostro animale soffre non solo per errori di gestione, ma perché nel novanta per cento dei casi equivochiamo i suoi bisogni, costruiamo delle aspettative improprie, non riusciamo a comunicare con lui. La nostra relazione è pertanto parziale, frammentaria, talvolta addirittura incongruente - per esempio quando chiediamo a un particolare animale prestazioni che esulano dalle sue attitudini - ma soprattutto non valorizzata. Il nostro legame non è portato perciò a quell'eccellenza che da una parte ci gratificherebbe, dall'altra sarebbe in grado di assicurare il pieno benessere (well-being) del nostro pet. Le doti del nostro animale possono trovare piena espressione solo in un ambiente favorevole. Ma bisogna fare molta attenzione su cosa s'intende con questo termine, perché in genere si pensa all'ambiente solo in ragione dello spazio fisico e delle variabili microclimatiche, ma non sotto il profilo della relazione. In realtà dobbiamo tener presente che il nostro pet è immerso all'interno di una temperie di relazioni ed è proprio in questo clima che si misurano le sue opportunità di dar corso alle potenzialità e alle attitudini. La nostra società tende a interpretare il rapporto con il cane in due dimensioni opposte: 1 - il cane reificato, ossia vissuto come uno strumento che va valutato nei termini delle prestazioni che sa effettuare e nel suo valore di mercato, 2 - il cane antropomorfizzato, cioè valutato come se fosse una persona a cui si devono riconoscere bisogni (e quindi diritti) umani. In questo doppio registro, talvolta addirittura compresenti nel singolo individuo, tutti gli ostacoli per la definizione di una relazione corretta, capace cioè di partire dalle caratteristiche del cane come partner. Per valorizzare la relazione con il cane è necessario coniugare spontaneità e immediatezza con una puntuale informazione circa le caratteristiche e i bisogni del proprio beniamino a quattro zampe. Difatti non basta essere animati da amorevoli pulsioni per rispettare in concreto le effettive necessità di un essere vivente che è diverso da noi. Non accorgersi di quello che il cane ci dona e di come la sua presenza trasformi in modo radicale la nostra vita può essere considerato un peccato veniale: forse ci fa sentire più importanti o magari ci sentiamo meno esposti, ma comunque non modifica più di tanto il desiderio di accordargli senza riserve il nostro affetto. E tuttavia questo errore di valutazione non ci consente di mettere in discussione la nostra relazione e soprattutto di formulare le domande giuste per trarre un giudizio sul nostro legame.

Tipologie di valutazione del cane
Il cane reificato, utilizzato in modo strumentale, la relazione è performativa e proiettiva, la scelta è analogico-rappresentativa, il valore oggettivo
Il cane antropomorfizzato, visto come persona, la relazione è protettiva e proiettiva, la scelta è di tutela e autorappresentazione, il valore soggettivo e narcisistico
Il cane alterità, come diverso e peculiare, la relazione è di partnership e collaborativa,la scelta è basata sulla complementarietà, il valore è dialogico ossia nell'interazione

Caratteristiche di una relazione corretta con il cane
La relazione deve essere congrua, ossia informata dalle caratteristiche del cane analizzato: nelle peculiarità di specie, nelle attitudini di razza, nelle doti del soggetto
La relazione deve essere equilibrata, ossia basata sul rispetto dell'alterità animale nelle sue esigenze relazionali (non morbosa né distaccata), lontana da derive (tecnicista, spontaneista, performativa, di tutela), fondata sulla reciprocità
La relazione deve essere consapevole, ossia fondata sul concetto di cane come valore dialogico, il partner umano deve sentirsi spinto a portare a eccellenza la propria relazione anche per migliorare le valenze zooantropologiche
La relazione deve essere responsabile, ossia fondata sul concetto di responsabilità di custodia e cura nonché sulla responsabilità storica dell'uomo verso il cane

Vediamone qualcuna:
a) riesco veramente a capire i bisogni del mio cane?
b) sono in grado di comunicare con lui nel modo migliore e di interpretare in maniera corretta i suoi messaggi?
c) mi sforzo per migliorare la mia relazione e posso veramente affermare di averla portata alla sua completezza?
d) il mio cane si trova nelle condizioni più appropriate per esprimere le sue potenzialità di interazione?
e) quali sono gli indicatori che mi fanno capire il grado di reciprocità e di pienezza della relazione? Domande come queste non sono affatto scontate e indicano il livello di consapevolezza del valore attribuito alla relazione con l'animale d'affezione. Viviamo la nostra interazione con estrema nonchalance, e questo per certi versi è un bene, ma per altri può essere un grave handicap perché non ci offre alcuna possibilità per migliorare il legame.

La straordinaria complessità del nostro beniamino domestico viene infatti totalmente perduta e in questo modo ci precludiamo esperienze fantastiche e, ovviamente, i benefici che ne conseguirebbero. Per rafforzare il nostro legame è invece indispensabile attivare un ampio ventaglio di relazioni: è infatti la ricchezza di esperienze, il valore che ne riconosciamo, la dose di attenzione e lo stimolo al miglioramento che danno il senso della profondità di legame e riportano il rapporto in quella molteplicità dimensionale che nasce lungo le due direttrici parentale e collaborativa.

 

Roberto Marchesini