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Poca
selvaggina naturale, tanta da allevamento
LE STARNE DEL PASSATO RITORNERANNO A VOLARE
La
grande cerca su selvatici veri è destinata a finire se non si istituiscono
zone idonee
Sovente in occasione dei vari seminari cinofili nonché nel corso
delle manifestazioni cinotecniche organizzate in giro per l'Italia si
citano i setters e i pointers del passato, di come erano, di come sono
ora dopo lustri di selezione, di come dovrebbero essere tutelate queste
razze nel tipo e nella funzione; inevitabilmente, le considerazioni e
le riflessioni scivolano sui ricordi lontani ma nitidi delle preziose
starne presenti negli anni del dopoguerra. Questo selvatico regale, impareggiabile
ed insostituibile per ogni cane da ferma (neanche la beccaccia lo eguaglia)
ha fatto godere molti appassionati tra i quali alcuni annoverabili nella
cerchia dei cinofili che hanno contribuito alla crescita del nostro movimento;
alcuni di questi sono ancora protagonisti del presente e sono gli unici
che possono raccontare, in qualità di testimoni diretti, le emozioni
che tale selvatico riserva al cinofilo e al proprio ausiliare.
Sono pienamente convinto che chiunque abbia avuto la fortuna di vivere
questi momenti (e la disgrazia poiché eventi irripetibili), ha
potuto godere a fondo e nelle condizioni ideali, delle qualità
venatorie del proprio soggetto, qualunque fosse la razza cui apparteneva,
giacché l'incontro con tale tipologia di selvaggina esaltava le
doti dell'ausiliare apprezzate e ricercate da noi cinofili. A causa dell'inevitabile
sfruttamento del territorio italiano, dagli anni '70 molti cinofili (e
cacciatori) iniziarono ad esplorare in lungo ed in largo i luoghi dell'allora
Jugoslavia, ricercando gli habitat naturali utilizzabili per tali scopi;
il Paese maggiormente arretrato rispetto all'Italia offriva diverse palestre
dove curare la preparazione dei cani sfruttando una presenza adeguata
di quest'animale: cito a titolo di esempio la regione dell'Istria, oggi
divisa tra Slovenia e Croazia. Della ricchezza di selvaggina di questi
territori ne trassero giovamento non solo i cani ma anche la cinofilia.
Questi suoli sono stati calcati da tutti i più importanti soggetti
di qualche lustro fa; in essi i cani potevano affinare le doti (eccelse,
buone o discrete che fossero) ma soprattutto affrontare in ambienti naturali
straordinari per l'attività venatoria il confronto con la starna
e orientare la selezione di tutte le razze da ferma. Inevitabilmente,
con la trasformazione in senso industriale dell'agricoltura, il cambiamento
repentino delle componenti naturali ed un'inadeguata gestione del territorio
hanno determinato la scomparsa della starna in tutti i paesi occidentali,
con qualche rara eccezione che tuttavia non può soddisfare le esigenze
della cinofila. È inutile disquisire sulle cause che hanno condotto
a tale situazione. Il risultato è l'incapacità di ripristinare
il passato proprio per l'impossibilità di influenzare elementi
strutturali quali l'attività agricola; tutte le componenti umane
devono spogliarsi del velo di ipocrisia che li riveste. Probabilmente,
è necessario intraprendere strade nuove solo apparentemente eretiche
ma opportune poiché è ormai controproducente coprire le
realtà nostrane e di quei paesi stranieri ove attualmente la cinofilia
si rivolge per il reperimento di questa pernice.
È palese a tutti gli operatori non accecati da miraggi idealistici,
che gli allevamenti di selvaggina hanno raggiunto buoni livelli di qualità,
riuscendo a produrre animali sani ed idonei per progetti di ripopolamento
e soprattutto in grado di manifestare validi comportamenti (quasi naturali)
se assistiti nei corretti modi nel periodo di ambientamento. In tale momento
storico, è obiettivo pensare che tale produzione possa tranquillamente
assurgere a valido surrogato della starna naturale ammirata nel passato
(che non esiste più né qui né altrove nelle quantità
necessarie) e divenire un funzionale supporto per testare le qualità
naturali dei nostri cani (il naso, l'intelligenza, il senso generale del
selvatico ossia quelle facoltà che purtroppo troppi utilizzatori
hanno dimenticato, preferendo cani "diplomati in geometria"
che svariano da destra a sinistra in maniera talmente meccanica che la
ferma sembra essere un evento eccezionale, mentre è il naturale
esito dell'azione di un qualsiasi cane da ferma).
Per realizzare un programma di riforma, occorre trovare le località
che possono offrire risorse ambientali ed umane necessarie ad un'opera
di ricostruzione; ciò non rappresenta certo un problema perché
le nostre regioni sono in possesso dei requisiti necessari. Occorre inoltre
instaurare un proficuo rapporto di collaborazione con le autorità
pubbliche competenti e col gruppo di cinofili locali; questi devono offrire
un adeguato supporto d'esperienza legata alla conoscenza del territorio.
Perfino la prova tecnicamente più esasperata, la Grande Cerca (si
evita in tale occasione ogni considerazione tecnica in merito), può
trovare ospitalità in località italiane con notevole vantaggio
per gli appassionati e per i professionisti, i quali si sono dovuti trasformare
in moderni nomadi nell'intento di offrire ai propri cani la possibilità
di esprimere le loro qualità e quindi di far compiere loro una
carriera agonistica. Non illudiamoci: l'erba del vicino è verde
tanto quanto la nostra; sta nella nostra volontà e nel buon senso
capire la realtà che ci circonda e porvi rimedio almeno parziale.
Non sottovalutiamo che un tale investimento permetterebbe minori costi
per gli operatori ed una maggiore visibilità degli avvenimenti.
Il mutamento della cultura cinofila diviene irrinunciabile nel momento
in cui si focalizzano le necessità peculiari richieste dal nostro
movimento; dobbiamo, infatti, ricordare che la cinofilia attiva (ossia
le manifestazioni che permettono una valutazione delle caratteristiche
morfologiche e funzionali delle razze da ferma) necessita di un supporto
adeguato in qualità ma anche in quantità siccome i protagonisti
attivi sono aumentati enormemente durante gli ultimi 20 anni.
D'altronde, questa problematica si è già presentata nel
mondo cinofilo, ma nessuno sembra ricordarselo: anni fa, in occasione
della riforma della legge in materia venatoria, il divieto dell'uso delle
reti di cattura impedì, di fatto, il reperimento delle quaglie
necessarie per l'organizzazione delle Classiche su tale selvatico. Inevitabilmente,
l'unica soluzione era attingere dalla produzione degli allevamenti, con
inevitabile confusione e paradossi: l'ENCI imponeva l'uso di selvaggina
naturale e concedeva le autorizzazioni ai comitati di organizzare tali
manifestazione ben sapendo che la materia prima non era più reperibile;
l'ente nominava i giudici ponendoli tra l'incudine ed il martello (ossia
gli organizzatori da un parte e i puristi idealisti dall'altra). Fu un
periodo di forti polemiche; inevitabilmente, in numerose occasioni cani
meritevoli della massima qualifica erano penalizzati dalle pressioni esterne
che influenzavano la giuria in senso restrittivo. Al termine il buon senso
è prevalso, sia per un adeguamento della mentalità sia per
la possibilità di reperire animali sempre più idonei. La
stessa situazione si sta presentando per le starne; è ovvio che
nessuno di noi appassionati desidera tale situazione, ma l'indisponibilità
di alcuni, la cocciutaggine di altri nel pensare sempre ad un qualcosa
che non c'è più determina solo un danno alla selezione delle
razze da ferma e alla cinofilia.
Lui Remo
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