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I Nostri Cani: settembre 2002

 

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Poca selvaggina naturale, tanta da allevamento

LE STARNE DEL PASSATO RITORNERANNO A VOLARE

La grande cerca su selvatici veri è destinata a finire se non si istituiscono zone idonee

Sovente in occasione dei vari seminari cinofili nonché nel corso delle manifestazioni cinotecniche organizzate in giro per l'Italia si citano i setters e i pointers del passato, di come erano, di come sono ora dopo lustri di selezione, di come dovrebbero essere tutelate queste razze nel tipo e nella funzione; inevitabilmente, le considerazioni e le riflessioni scivolano sui ricordi lontani ma nitidi delle preziose starne presenti negli anni del dopoguerra. Questo selvatico regale, impareggiabile ed insostituibile per ogni cane da ferma (neanche la beccaccia lo eguaglia) ha fatto godere molti appassionati tra i quali alcuni annoverabili nella cerchia dei cinofili che hanno contribuito alla crescita del nostro movimento; alcuni di questi sono ancora protagonisti del presente e sono gli unici che possono raccontare, in qualità di testimoni diretti, le emozioni che tale selvatico riserva al cinofilo e al proprio ausiliare.
Sono pienamente convinto che chiunque abbia avuto la fortuna di vivere questi momenti (e la disgrazia poiché eventi irripetibili), ha potuto godere a fondo e nelle condizioni ideali, delle qualità venatorie del proprio soggetto, qualunque fosse la razza cui apparteneva, giacché l'incontro con tale tipologia di selvaggina esaltava le doti dell'ausiliare apprezzate e ricercate da noi cinofili. A causa dell'inevitabile sfruttamento del territorio italiano, dagli anni '70 molti cinofili (e cacciatori) iniziarono ad esplorare in lungo ed in largo i luoghi dell'allora Jugoslavia, ricercando gli habitat naturali utilizzabili per tali scopi; il Paese maggiormente arretrato rispetto all'Italia offriva diverse palestre dove curare la preparazione dei cani sfruttando una presenza adeguata di quest'animale: cito a titolo di esempio la regione dell'Istria, oggi divisa tra Slovenia e Croazia. Della ricchezza di selvaggina di questi territori ne trassero giovamento non solo i cani ma anche la cinofilia. Questi suoli sono stati calcati da tutti i più importanti soggetti di qualche lustro fa; in essi i cani potevano affinare le doti (eccelse, buone o discrete che fossero) ma soprattutto affrontare in ambienti naturali straordinari per l'attività venatoria il confronto con la starna e orientare la selezione di tutte le razze da ferma. Inevitabilmente, con la trasformazione in senso industriale dell'agricoltura, il cambiamento repentino delle componenti naturali ed un'inadeguata gestione del territorio hanno determinato la scomparsa della starna in tutti i paesi occidentali, con qualche rara eccezione che tuttavia non può soddisfare le esigenze della cinofila. È inutile disquisire sulle cause che hanno condotto a tale situazione. Il risultato è l'incapacità di ripristinare il passato proprio per l'impossibilità di influenzare elementi strutturali quali l'attività agricola; tutte le componenti umane devono spogliarsi del velo di ipocrisia che li riveste. Probabilmente, è necessario intraprendere strade nuove solo apparentemente eretiche ma opportune poiché è ormai controproducente coprire le realtà nostrane e di quei paesi stranieri ove attualmente la cinofilia si rivolge per il reperimento di questa pernice.
È palese a tutti gli operatori non accecati da miraggi idealistici, che gli allevamenti di selvaggina hanno raggiunto buoni livelli di qualità, riuscendo a produrre animali sani ed idonei per progetti di ripopolamento e soprattutto in grado di manifestare validi comportamenti (quasi naturali) se assistiti nei corretti modi nel periodo di ambientamento. In tale momento storico, è obiettivo pensare che tale produzione possa tranquillamente assurgere a valido surrogato della starna naturale ammirata nel passato (che non esiste più né qui né altrove nelle quantità necessarie) e divenire un funzionale supporto per testare le qualità naturali dei nostri cani (il naso, l'intelligenza, il senso generale del selvatico ossia quelle facoltà che purtroppo troppi utilizzatori hanno dimenticato, preferendo cani "diplomati in geometria" che svariano da destra a sinistra in maniera talmente meccanica che la ferma sembra essere un evento eccezionale, mentre è il naturale esito dell'azione di un qualsiasi cane da ferma).
Per realizzare un programma di riforma, occorre trovare le località che possono offrire risorse ambientali ed umane necessarie ad un'opera di ricostruzione; ciò non rappresenta certo un problema perché le nostre regioni sono in possesso dei requisiti necessari. Occorre inoltre instaurare un proficuo rapporto di collaborazione con le autorità pubbliche competenti e col gruppo di cinofili locali; questi devono offrire un adeguato supporto d'esperienza legata alla conoscenza del territorio. Perfino la prova tecnicamente più esasperata, la Grande Cerca (si evita in tale occasione ogni considerazione tecnica in merito), può trovare ospitalità in località italiane con notevole vantaggio per gli appassionati e per i professionisti, i quali si sono dovuti trasformare in moderni nomadi nell'intento di offrire ai propri cani la possibilità di esprimere le loro qualità e quindi di far compiere loro una carriera agonistica. Non illudiamoci: l'erba del vicino è verde tanto quanto la nostra; sta nella nostra volontà e nel buon senso capire la realtà che ci circonda e porvi rimedio almeno parziale. Non sottovalutiamo che un tale investimento permetterebbe minori costi per gli operatori ed una maggiore visibilità degli avvenimenti. Il mutamento della cultura cinofila diviene irrinunciabile nel momento in cui si focalizzano le necessità peculiari richieste dal nostro movimento; dobbiamo, infatti, ricordare che la cinofilia attiva (ossia le manifestazioni che permettono una valutazione delle caratteristiche morfologiche e funzionali delle razze da ferma) necessita di un supporto adeguato in qualità ma anche in quantità siccome i protagonisti attivi sono aumentati enormemente durante gli ultimi 20 anni.
D'altronde, questa problematica si è già presentata nel mondo cinofilo, ma nessuno sembra ricordarselo: anni fa, in occasione della riforma della legge in materia venatoria, il divieto dell'uso delle reti di cattura impedì, di fatto, il reperimento delle quaglie necessarie per l'organizzazione delle Classiche su tale selvatico. Inevitabilmente, l'unica soluzione era attingere dalla produzione degli allevamenti, con inevitabile confusione e paradossi: l'ENCI imponeva l'uso di selvaggina naturale e concedeva le autorizzazioni ai comitati di organizzare tali manifestazione ben sapendo che la materia prima non era più reperibile; l'ente nominava i giudici ponendoli tra l'incudine ed il martello (ossia gli organizzatori da un parte e i puristi idealisti dall'altra). Fu un periodo di forti polemiche; inevitabilmente, in numerose occasioni cani meritevoli della massima qualifica erano penalizzati dalle pressioni esterne che influenzavano la giuria in senso restrittivo. Al termine il buon senso è prevalso, sia per un adeguamento della mentalità sia per la possibilità di reperire animali sempre più idonei. La stessa situazione si sta presentando per le starne; è ovvio che nessuno di noi appassionati desidera tale situazione, ma l'indisponibilità di alcuni, la cocciutaggine di altri nel pensare sempre ad un qualcosa che non c'è più determina solo un danno alla selezione delle razze da ferma e alla cinofilia.

Lui Remo