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ENCI: Ente Nazionale Cinofilia Italiana

Continentali da ferma

Una coppa Italia da ripensare

Nella foto: la squadra degli Epagneul breton vincitrice della Coppa Italia 2004 
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  Alian di San Tommaso (Cecchetto), Fax (Jacomini), Rain Bachini), Aga (Lapi), 
  Lara (Quartieri), <br>
  Akim di San Tommaso (Politini)

Dopo la Coppa Italia dell'anno scorso il commento era stato che "a chiunque toccherà in futuro l'organizzazione della Coppa Italia, sarà difficile superare il successo del 2003".
Forse si doveva dire che sarebbe stato difficile eguagliarlo ed anche solo avvicinarglisi.
Per chi non vive da vicino questa manifestazione, cioè per la maggioranza dei centomila lettori di questo giornale, è opportuno ricordare che la Coppa Italia (giunta quest'anno alla quarta edizione) è un confronto a squadre delle principali razze continentali da ferma che consiste in una prova su selvaggina naturale, indi una prova di riporto dall'acqua profonda, ed infine - il giorno successivo -una prova su selvatico abbattuto. Ne è promotore il Comitato di Coordinamento delle Società Specializzate della Razze da Ferma Continentali con il patrocinio dell'ENCI. E ci tengo a sottolinearlo perché questo comitato, nato appunto per iniziativa delle relative Società Specializzate, è un ottimo esempio di come la spontanea aggregazione di associazioni affini può assumere un ruolo determinante che va ben oltre quello tradizionalmente svolto dalle Commissioni parallelamente nominate dall'ENCI.
Ma torniamo alla Coppa Italia del 27 e 28 novembre 2004, la cui organizzazione era stata assegnata alla SABI.
A suo tempo avevo espresso il timore che l'assegnazione dell'organizzazione della Coppa a rotazione avrebbe esposto la manifestazione all'inesperienza dell'associazione di turno col risultato di inevitabili alti e bassi che non è giusto far sopportare ai cinofili.
Detto l'anno scorso, il mio timore poteva sembrare frutto di prevenzione. Ora invece parlano i fatti e bisogna cercare di rimediare per il futuro, assegnando la responsabilità dell'organizzazione non ad una delle sei Società di razza, ma direttamente al comitato di coordinamento delle società medesime.
L'aspetto più critico dell'organizzazione della Coppa Italia è la disponibilità di riserve di caccia con territori e selvaggina idonei per la prova con selvatico abbattuto.
Nel 2003 a questo scopo il Club Italiano Spinoni, a cui spettava l'organizzazione, aveva ottenuto l'autorizzazione ad utilizzare tre riserve padronali del novarese a pochi chilometri l'una dall'altra, ricche di tradizione dove, in previsione della Coppa, nelle ampie zone destinate alle prove i concessionari avevano sportivamente riservato un trattamento di riguardo.
Quest'anno invece la "selvatico abbattuto" era in una "azienda agro turistico venatoria" sulle colline piacentine, in cui i terreni erano per lo più costituiti da prati rasati circondati da qualche boschetto.
Oltre a ciò la riserva, dovendo far fronte agli impegni con i suoi abituali clienti, ha messo a disposizione per ogni batteria un'insufficiente quantità di terreni, costringendo troppe volte i concorrenti a ripercorrere zone già esplorate in turni precedenti, cosa particolarmente imbarazzante soprattutto in considerazione del fatto che la prova si svolgeva su selvaggina notoriamente liberata appena prima dell'inizio dei turni ed in assenza di vegetazione che potesse offrire un plausibile riparo.
Come dire cioè che in simili condizioni il significato tecnico della prova su selvatico abbattuto si riduce alla ipotetica verifica del riporto perché l'assegnazione delle qualifiche conseguenti ad una ferma su di un fagiano appena tolto da una cesta è solo imbarazzante, soprattutto se coinvolge il CAC ed il CACIT.
Ma nella Coppa Italia non c'è già la prova di riporto dall'acqua alta? Forse qualcuno dubita che un cane - che si tuffa in un laghetto per andare a recuperare a nuoto un'anitra e la riporta correttamente a riva - non riporterebbe un pollastrone fresco di voliera che cade a pochi passi da lui?. È vero che anch'io ho sperimentato casi di cani che riportavano bene dall'acqua e malvolentieri da terra, ma sono casi del tutto straordinari, che non fanno testo.
Posto quindi che la verifica del riporto in termini ben più impegnativi avviene già, si dovrebbe mettere a punto una formula secondo la quale nel secondo giorno si ripete la prova su selvaggina naturale (cioè senza selvatico abbattuto), alla quale però partecipano solo i cani che hanno superato il riporto dall'acqua. Come dire che se - per esempio - dei sei componenti di una squadra solo tre fanno il riporto dall'acqua, nel secondo giorno solo quei tre cani possono partecipare alla ripetizione della prova su selvaggina naturale, riducendo così drasticamente le probabilità di successo della squadra stessa. In tal modo l'importanza della prova di riporto dall'acqua andrebbe ben oltre il misero significato oggi attribuitole dal relativo punteggio. Ed in proposito si facciano tacere le eventuali pretestuose proteste, perché se gli Epagneul Breton presentano sistematicamente una squadra di magnifici riportatori dall'acqua, non si capisce perché anche le altre razze continentali non possano fare altrettanto.
A proposito del riporto dall'acqua vorrei fare alcune osservazioni.
Innanzitutto il laghetto deve essere di dimensioni tali da consentire lo sparo dell'anitra in volo e non la simulazione dell'anitra morta, buttata in acqua pochi metri davanti al cane.
Altra annotazione: lasciamo a culture venatorie diverse dalla nostra la penalizzazione del cane che si scrolla con l'anitra in bocca, oppure che la lascia in terra vicino a noi anziché depositarcela in mano ed altri preziosismi senza un risvolto pratico.
Anche il fatto che il cane, invece di scaraventarsi in acqua, valuti prima dove è più opportuno entrare e quindi anche dove sarà poi più funzionale uscire, è solo dimostrazione di intelligenza. E se vi è capitato di cacciare a fiume o dove lo specchio d'acqua ha rive molto scoscese, magari in cemento, apprezzerete certamente il cane che esercita le sue capacità di discernimento.
Ciò che invece va valorizzato nel riporto dall'acqua è come il cane nuota, attribuendo il massimo punteggio soprattutto in funzione della capacità di stare in acqua senza sollevare spruzzi e senza inutilmente sbattere l'anteriore, perché solo così può percorrere lunghi tratti a nuoto senza stancarsi e quindi senza correre il rischio di annegare.
Ciò va valorizzato perché fa parte delle qualità naturali del cane.
È dimostrato che i "cuccioli d'uomo" appena nati e fino all'età di pochi mesi son capaci di nuotare. Poi - se il nuoto non viene esercitato - disimparano. Forse la stessa cosa vale anche per i cani ma è un'esperienza che mi manca perché non ho mai provato a mettere in acqua un cucciolo di poche settimane.
Sta di fatto però che alcuni cani nuotano meravigliosamente anche la prima volta che vanno in acqua; se invece volete insegnare a nuotare altrettanto bene al soggetto che sbatte l'anteriore …buona fortuna a voi.
Quindi ben venga la selezione di cani che sono spontaneamente buoni nuotatori.
E veniamo alla prova su selvaggina naturale che ha avuto luogo il primo giorno sul greto del Trebbia e del Nure, di cui è stata giustamente decantata la qualità assolutamente "naturale" della selvaggina.
In questa stagione nei terreni circostanti non c'è più un campo coltivato che offra copertura, non più una stoppia, è tutto arato. Quindi tutti i fagiani della zona sono letteralmente ammucchiati nella bassa vegetazione boschiva del greto, dove se il cane si allontana più di trenta metri non si vede più e dove frotte di fagiani (ripeto, tutti veramente selvatici!!!) se ne vanno con la velocità dei maratoneti, salvo poi frullare qua e là in modo del tutto incontrollabile. Mi dicono che nel turno di uno Spinone si son viste una trentina di lepri (l'han detto nella relazione).
Il cane da ferma serve per reperire e fermare la selvaggina presente sul terreno che, senza il suo ausilio, non troveremmo, ma questa funzione vien meno allorché cacciamo in una zona in cui vi è eccessiva densità di selvaggina, dove il cane da ferma non è utile, anzi è dannoso!. In simili casi si caccia con un retriver incollato alle calcagna ed una doppia cartucciera.
Come dire: troppa grazia Sant Antonio.
Spiacente signori miei, ma son certo che chiunque abbia dimestichezza con l'addestramento dei cani da ferma concorda pienamente nell'asserire che una tale concentrazione rende impraticabili simili zone per fini cinofili.
Se queste saranno le future "zone designate" per il conseguimento delle qualifiche di Campionato ….poveri noi!
L'esito della prova del resto mi da ragione: trentasei cani che compongono sei squadre dei migliori soggetti delle razze Continentali da ferma hanno sortito il misero risultato di quattro o cinque classificati in tutto, cioè un paio di Eccellenti e due o tre Molto Buono. Ciò vuol dire che i nostri migliori cani son tutti delle schiappe oppure che la prova non consentiva un veritiero vaglio delle qualità dei concorrenti.
E se proprio non c'è alternativa a far le prove in zone del genere, allora i criteri di giudizio devono cambiare radicalmente perché in quelle condizioni sfrulli e trascuri sono inevitabili e quindi non devono essere motivo di eliminazione.
Il che andrebbe contro il buonsenso.
L'esito della Coppa?
Ha meritatamente vinto la squadra degli Epagneul Breton.
Secondi i Bracchi italiani e terzi gli Spinoni.
Vincitore individuale il Bracco italiano Laerte con due Eccellenti nei due giorni.
Il CACIT allo Spinone Biancone di Morghengo (che ha fatto il bis della qualifica ottenuta nella coppa dell'anno scorso).
Complimenti a tutti.
La Coppa Italia è ancor giovane e l'importante è mettere a profitto le difficoltà incontrate quest'anno per evitare di commettere analoghi errori in futuro.

Cesare Bonasegale

 
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