Ente Nazionale della Cinofilia ItalianaEnte Nazionale della Cinofilia Italiana

CANE CORSO

Storia

Il Cane Corso è il discendente diretto dell’antico molosso romano. Presente nell’antichità in tutta l’Italia, si è mantenuto solo nelle Puglie e regioni limitrofe dell’Italia meridionale. Il suo nome deriva dal latino “cohors” che significa “protettore, guardiano delle masserie”

Aspetto Generale

Cane dalla taglia medio grande, solido e vigoroso pur restando elegante. I suoi contorni netti rivelano una muscolatura potente. E' alquanto più lungo che alto. La lunghezza della testa raggiunge il 36% dell’altezza al garrese. Guardiano della proprietà, della famiglia e del bestiame; lo si utilizzava nel passato per sorvegliare il bestiame e per la caccia alla grossa selvaggina.

                                             

 

Codice FCI 343
Gruppo 2 - CANI DI TIPO PINSCHER E SCHNAUZER- MOLOSSOIDI E CANI BOVARI SVIZZERI
Sezione 2A - MOLOSSOIDI
Tipo TIPO MASTINO
CANE CORSO © NKU

Riproduzione Selezionata

Statistiche iscrizioni ultimi 10 anni

Introduzione alla razza

Da Le razze italiane - Editore Enci - 2001

È un antichissimo molosso italiano, discendente diretto di quel “canis pugnax“ romano che tanto contribuì alla supremazia di Roma ed alla costituzione dell’Impero Romano. Escluso a priori che il nome possa indicare una scontata origine geografica della razza, l’etimologia dell’espressione corso è assolutamente controversa. Alcuni ritengono che la parola tragga origine dal latino “cohors”, che significa protettore, guardia, (si ricorda ad esempio “praetoria cohors”: guardia del corpo del generale, ed ancora oggi in Vaticano, Cohors Elvetica: guardia Svizzera). A tal proposito è di grande interesse l’ipotesi che vede la radice di corso nella parola greca kortos, che indica il cortile, il recinto e da cui deriva il summenzionato cohors, che indicherebbe quindi il cane posto a guardia, intesa come difesa del cortile e di quello che poteva rappresentare. Tale ipotesi ci riconduce alla Magna Grecia ed alla suggestiva origine orientale dei molossi.

Altri fanno, invece, risalire il nome “Corso” ad un’antica accezione celtico-provenzale che esprimeva il termine forte, potente. Quest’ultima ipotesi è altrettanto plausibile in quanto ancor oggi la troviamo in alcune parole come “corsiero” (cavallo da battaglia usato nel Medio Evo), nell’inglese “corse” (grezzo, rozzo), ed infine in alcuni dialetti dell’Italia meridionale in cui “Corso” significa robusto, fiero. Sta di fatto che, da quando ha cominciato a delinearsi la lingua italiana, il molosso è sempre stato chiamato Corso. Difficilmente poteva essere coniato un termine più adeguato per descrivere questo cane, insieme di potenza e distinzione, di coraggio ed equilibrio. Non è una razza estrema in nessuna sua caratteristica o manifestazione, e da ciò deriva la sua apprezzabile armonia.

La sua conformazione è infatti quella di un molosso di taglia medio grande, dalla muscolatura molto ben sviluppata che gli conferisce un aspetto solido, compatto, dinamico, privo di ogni pesantezza. La testa, seppur importante, è ben proporzionata al corpo, lo sguardo fiero, espressivo, talvolta enigmatico, mai infido, la chiusura dentale è leggermente prognata data da una mandibola potente leggermente arcuata verso l’alto e da una mascella leggermente più corta. Il collo è possente ed il torace ben aperto e disceso. L’altezza va dai 64 ai 68 cm. nei maschi e dai 60 ai 64 cm. nelle femmine, con tolleranza di 2 cm. in più o in meno; il peso medio è nei maschi 45-50 Kg., nelle femmine 40-45 Kg. Il pelo del manto è corto ma non raso, molto robusto e fittissimo (pelo di vacca), tale da garantire una perfetta impermeabilità; caratteristica imprescindibile è la presenza di un sottopelo che soprattutto d’inverno diventa molto fitto.

I colori meritano un approfondimento per il fatto che all’inizio del recupero della razza si decise di non privilegiare, nella selezione, alcun colore rispetto ad un altro, ma di utilizzare tutti i colori che la tradizione aveva tramandato; i manti tradizionali erano quattro: il nero, il tigrato scuro, il cinerino o grigio, e il frumentino. I colori erano correlati alla funzione del Cane, all’area geografica, ed anche a credenze popolari che avevano creato micro-popolazioni caratterizzate dallo stesso colore e funzioni. A titolo di curiosità possiamo dire che il nero, che quando si trova in muta assume una colorazione a cioccolato fondente, era preferito da porcari e butteri, il tigrato era il più desiderato per la caccia al cinghiale, il cinerino da bovari e butteri, mentre il frumentino, così chiamato dalla tonalità del frumento a maturazione, con maschera scura che non oltrepassa la linea degli occhi, per la caccia del tasso e del cinghiale. Mentre nel passato si erano create popolazioni dello stesso colore la selezione moderna non ha privilegiato, salvo rarissime eccezioni, alcun colore e gli accoppiamenti indiscriminati tra i vari colori ha dato origine a molteplici tonalità di grigio e fulvo: forse si dovrebbe tornare ai tradizionali quattro colori.

La costruzione, rigorosamente iscritta nel rettangolo, deve essere potente, data da una ossatura forte e da una massa muscolare molto sviluppata non disgiunta da una base di sostegno ampia. Armonia, forza e scioltezza sono le parole che più si addicono alla sua andatura naturale: passo lungo, trotto allungato con tratti di galoppo. Le caratteristiche di equilibrio psichico, la devozione assoluta al padrone e la versatilità ad adattarsi ai più svariati impieghi sono la ragione del successo e della diffusione che la razza ebbe fino a pochi decenni fa. All’inizio degli anni ‘80 alcuni cinofili, tra i quali è doveroso ricordare il prof. Giovanni Bonatti, il prof. Fernando Casolino, il dott. Stefano Gandolfi, Gianantonio Sereni ed i fratelli Giancarlo e Luciano Malavasi, hanno raccolto la sfida che il recupero della razza poneva e fondato la Società Amatori Cane Corso. Tra mille difficoltà furono reperiti i primi esemplari nelle masserie del Sud e contemporaneamente avviate le ricerche sulla storiografia ed iconografia riguardante la razza, al fine di ricostruire un contesto storico che permettesse una corretta selezione dei soggetti. I cani prodotti nell’ambito delle iniziative venivano affidati a nuovi appassionati, che andavano ad ingrandire la schiera della S.A.C.C. (Società Amatori Cane Corso). 

L’ENCI ha seguito con molto interesse, sin dagli albori, il progetto di recupero della razza ed ha dato incarico al dr. Antonio Morsiani di redigere lo Standard di razza. Nel 1988, nell’ambito delle esposizioni di Milano, Firenze e Bari, i Giudici Morsiani, Perricone e Vandoni hanno effettuato i rilievi cinometrici di più di 50 Corsi al fine di verificare la loro aderenza alle caratteristiche indicate nel progetto di Standard. Nello stesso anno il socio Vito Indiveri presentò all’ENCI il risultato del censimento dei soggetti rustici con la registrazione di 57 cani, corredati da 97 fotografie. Confortato da questi positivi sviluppi, il Consiglio Direttivo dell’ENCI decideva l’istituzione di un Libro Aperto, cui iscrivere i soggetti, che, tatuati, si fossero dimostrati conformi allo Standard. Dal 1989 al 1992 sono stati iscritti al Libro Aperto più di 500 esemplari e nel gennaio 1994 la razza è stata definitivamente riconosciuta ufficialmente dall’ENCI. L’utilizzo antico Oltre l’uso bellico e nelle arene che ne fecero gli antichi Romani, l’uso più classico del Cane Corso fu nella caccia alla selvaggina pericolosa, specialmente il cinghiale. I segugi e i bracchi dovevano scovare il selvatico e quindi, dopo un estenuante inseguimento, costringerlo ad arrestarsi permettendo ai cacciatori di sopraggiungere. Venivano sciolti allora i Cani Corsi che dovevano avventarsi sul cinghiale e bloccarlo afferrandolo alle orecchie e al grifo. Ciò consentiva ai cacciatori di avvicinarsi incolumi e di finire la grossa preda con un colpo ben assestato. Era questa mischia finale, questo epilogo cruento, che esaltava gli uomini e che li ha portati a celebrare la scena in una molteplice serie di rappresentazioni artistiche. Molto simile a questo era il compito che il Cane Corso doveva svolgere come bovaro e come cane da macellaio. Fino a molti anni fa, i bovini da carne erano allevati allo stato brado in zone incolte e, per arrivare al mattatoio in città, dovevano essere guidate dai butteri con percorsi di decine di chilometri.

Nate e cresciute allo stato brado le mandrie mantenevano tutta la pericolosità degli animali selvatici. Presupposto indispensabile per controllare i bovini era di togliere di mezzo il toro, utilizzando a tal fine i Cani Corsi che dovevano bloccarlo, afferrandolo al musello con morsa ferrea giacché il dolore, in questa parte sensibile, immobilizzava completamente il grosso animale. Sempre come bovaro, il Corso doveva difendere le mandrie dai grandi predatori, quali l’orso o il lupo, inoltre era utilizzato come deterrente nelle zone afflitte dalla piaga dell’abigeato. Un tipo di caccia molto particolare in cui il Corso era specializzato era quella al tasso. Questo grosso mustelide, dalle abitudini notturne, era molto apprezzato sia per la pelliccia, che per il sapore della carne e persino per il grasso che, fuso, veniva usato come unguento lenitivo. La caccia veniva praticata di notte e richiedeva cani particolarmente addestrati, in quanto il buio impediva al cacciatore di impiegare armi da fuoco. Il Cane Corso doveva quindi sorprendere il tasso ed ucciderlo con un secco morso dietro la nuca, prima che questo potesse mettersi in posizione eretta e difendersi con i suoi lunghi ed affilatissimi artigli. Impiego molto positivo era quello che ne facevano le “guardie campestri”. 

Nelle terre del Sud, finito il raccolto, la campagna malarica veniva abbandonata da tutti. Per mesi, finito il tempo della semina, vi rimaneva solo il guardiano: unico suo compagno il cane, indispensabile aiuto per difendersi dai malviventi. Nei lunghi mesi trascorsi insieme, si stabiliva una tale reciproca comprensione ed affiatamento, che il Cane Corso appariva manifestare una sensibilità sbalorditiva. Anche i carrettieri che trasportavano le derrate di giorno e di notte, lungo le strade deserte, in piena campagna, temendo continuamente gli assalti di ladri e predoni, per maggior sicurezza viaggiavano in convogli e tenevano di scorta il Cane Corso. L’ecletticità della razza fu motto apprezzata anche dai grandi signori feudali e rinascimentali che la impiegarono non solo per la caccia alla grande selvaggina, ma anche per la difesa delle fortificazioni e come strumento bellico. A tal fine i Corsi venivano bardati con giachi di cuoio indurito che proteggevano il petto ed il dorso.

Ad alcuni soggetti si applicava inoltre una speciale bardatura che permetteva all’animale di trasportare sul dorso degli speciali recipienti contenenti sostanze resinose accese. Così bardati, questi cani, detti piriferi, erano di grande efficacia contro la cavalleria, in quanto, oltre a spaventare i cavalli, procuravano loro dolorose ustioni. Un passato così ricco ed affine alla storia dell’uomo non poteva non lasciare traccia nelle testimonianze storiche. La bibliografia è innumerevole. Basterà ricordare, Teofìlo Folengo nel “Maccheronee” (1552), il famoso naturalista Konrad von Gesner nel “De Quadrupedibus” (1551), Erasmo di Valvasone nel “Della Caccia” (1591), Minà Palumbo nei “Mammiferi di Sicilia” (1868), e persino Giovanni Verga nel “Malavoglia” (1881). Quanto all’iconografia è talmente vasta che è impossibile catalogarla. Per citare solo le testimonianze più importanti, ricordiamo i dipinti della Reggia di Caserta e le stampe di Bartolomeo Pinelli, fino ad arrivare agli affreschi del Palazzo The di Mantova.

Storia meno gloriosa e recente è quella a partire dal secondo dopo guerra, in cui il veloce mutare delle condizioni socio economiche, l’abbandono dell’allevamento dei bovini allo stato brado ed il progressivo distacco dalla campagna, hanno condotto a trascurare la selezione della razza, che, ridotta a pochi esemplari, ha rasentato l’estinzione. Diffusione Il Cane Corso sta vivendo una seconda giovinezza grazie a quella capacità di adattamento che lo ha sempre contraddistinto in secoli di storia. È un ottimo guardiano, inteso come difensore, della proprietà che controlla da vicino la casa o la cuccia, avvicinandosi raramente alle recinzioni, evitando così che il malintenzionato possa neutralizzarlo dall’esterno. Pur avendo un senso del territorio molto radicato, il Corso non sfigura nemmeno come cane da difesa, dato l’affiatamento che manifesta per l’uomo.

Sempre più numerosi sono i soggetti che si sono cimentati e si cimentano nelle Prove sportive di Utilità e Difesa con buoni, se non ottimi, risultati. In famiglia è un cane docile e socievole, particolarmente tollerante con i bambini di casa nei confronti dei quali, conscio della sua forza, è particolarmente delicato. Il Corso ha un forte temperamento, non ama le smancerie, ma adora le manifestazioni d’affetto che sgorgano dal profondo, moderate, costanti. In questa situazione ricambia con altrettanta intensità ed arriva a manifestare una dedizione al padrone senza eguali. È in sintesi un cane che vive con l’uomo e per l’uomo, la cui bellezza è figlia di reale funzionalità. “È il 20 Gennaio 1994” Dalla Sala Consiliare dell’E.N. C.I. a Milano si levano voci per mete lontane. Il Pastore e la Cinofilia ricevono in dono una nuova famiglia di Cani Corsi. A valle, ai margini dell’orizzonte, il sole si rialza dalla marina a ridestare l’Aurora perché accolga sul suo carro la quattordicesima Razza Italiana.

Il vento, intanto, scolpisce sulla pietra le parole che consacrano la storia ed esprimono auspici per l’avvenire. Fernando Casolino È senza dubbio un cane dominante che male sopporta da adulto la presenza di altri maschi nel proprio territorio o nelle proprie vicinanze, e quindi richiede un proprietario di carattere che sappia gestire con fermezza il ruolo di capo branco e che permetta al cane di esprimere al meglio il ruolo di fedele ed incorruttibile gregario. Le sue specifiche qualità caratteriali di forza, coraggio ed equilibrio ne fanno un ottimo soggetto da lavoro, con buona addestrabilità, che lo possono veder eguagliare e superare le più qualificate razze da lavoro straniere, non dimenticando però l’appartenenza ai molossoidi.

La moderna selezione non può prescindere dal fatto che il Cane Corso è un cane da lavoro, che ha sempre lavorato accanto all’uomo e per l’uomo e quindi non deve mettere in secondo ordine gli aspetti caratteriali. Il Cane Corso gode di una buona diffusione anche fuori dai confini nazionali con una grossa popolazione nel Nord America, che però purtroppo non aderisce allo standard ufficiale del Paese d’origine, con inevitabili conseguenze di soggetti non tipici.